viernes, 18 de abril de 2008

BLADE RUNNER

En la noche del jueves salí con un par de amigos a dar una vuelta por el Centro. Pero no fue una noche normal.

Las clásicas y eternas luminarias del corazón de Buenos Aires en la cercanía del Obelisco, la interminable presencia de los taxis, como abejas en las colmenas, y las almas “perdidas” de las noches porteñas no eran así fácilmente detectables como suele ser.

Jueves en la noche había otra Buenos Aires, sumergida en una atmósfera en el medio entre Londres en noviembre y Milán en el final de un mes de enero. Poca visibilidad, poca gente en la calle, todos refugiados en casa o en los bares, trafico muy reducido.

Pasando el cruce entre la calle Tucumán y la peatonal Florida se veía, con mucho optimismo, imaginación y esperanza, esas camionetitas eléctricas de la vecina comisaría y algunos de los chicos que te dan estas “invitaciones” para un par de horas de supuestos paraísos sexuales a precios “turísticos”.

En algún punto del recorrido que hicimos me pareció reconocer el cruce entre Fulham Broadway y North End Road, en el corazón de Chelsea, a pocos metros de la cancha de Stamford Bridge, en donde pase miles de veces en mis inviernos y otoños británicos;

Me estaba clamorosamente equivocando ya que el cruce era entre Suipacha y Corrientes.

El tema de fondo es que si hubiese sido una fría tiniebla de origen ingles, todo bien, la verdad es que era HUMO. Humo denso, fuerte, que penetra las narices y te llega al fondo de la garganta y que también entra en casas y bares, en uno de los dos o tres, no recuerdo con precisión, en cuántos fuimos no se podía respirar ni con el aire acondicionado prendido a full.

< Son los incendios de los pastizales >, como dicen todos los noticieros desde por lo menos cuatro días, pero una hola de humo tan grande y persistente que envuelve una ciudad enorme como Buenos Aires es muy particular, inusual y…………. hasta sospechosa.

Estamos saliendo del ultimo bar, a esta altura del partido no es fácil saber si hay mas humo en la calle o mas “tiniebla” en nuestras cabezas. Una vez arriba del coche de uno de mis amigos quedamos un minuto observando el humo que nos redondea;

El ritmo metropolitano parece cristalizado nadie parece moverse o tener vida.

De la nada sale una chica caminando, tiene pinta de una que se está yendo a ganarse la vida en uno de estos locales que hay por ahí. Es medio rubia y de negro vestida tremendamente similar a uno de los personaje de una inolvidable película que tenia como escenario una ciudad eternamente envuelta en humo y lluvia artificialmente provocada por la contaminación debido a los “abrumadores logros tecnológicos y científicos” del ser humano.

La película es Blade Runner y en esta noche de un jueves de abril Buenos Aires ES esta ciudad.

jueves, 10 de abril de 2008

L'Unione

La squadra della mia città l’Unione Sportiva Triestina ovvero “L’Unione”. Più che mai in questo caso si conferma il luogo un po’ comune che il calcio costituisce uno degli aspetti più significativi della vita.
L’Unione è intimamente connessa con le fortune e le pene della mia meravigliosa città natale.
La Triestina è la squadra che mi ha fatto entrare per la prima volta in uno stadio, che mi ha fatto conoscere l’odore dell’erba del campo di gioco, che mi ha fatto capire che cosa significa stare in “curva”.
Stagione calcistica 81-82, entro con un amico che mi ha invitato per la prima volta alla stadio “Pino Grezar”, vecchia gloria della Triestina e campione del mondo dell’Italia “mundial” durante l’era fascista. Si gioca il campionato di serie C1 girone A, all’epoca non c’erano i play-off e le prime due classificate acquisivano direttamente il diritto di ascendere alla serie B anticamera del calcio che contava.
Io conoscevo il calcio come lo proietta la TV non avevo idea dell’atmosfera del prima e del dopo partita, ed anche lo stesso “durante” è assai differente tra le mura di casa e le gradinate di uno stadio.
Climaticamente, andare a vedere una partita con la leggendaria Bora che soffia NON è come stare nella poltrona di casa, ve lo assicuro.
Logisticamente, la poltrona è confortevole mentre i seggiolini o il duro cemento del Grezar sono un’altra cosa. Ambientalmente, a casa puoi avere la possibilità di vedere le partite solo, o con amici o in famiglia, in campo devi “convivere” anche con emeriti sconosciuti che a volte non sopporti perché: o urlano troppo, o non ti fanno vedere bene, oppure perché dicono una fesseria dietro l’altra. Era un ambiente totalmente nuovo per me. Credo fosse una delle prime partite di quel campionato perché ricordo un gradevole tepore di fine estate.
I Rossoalabardati, rossa la maglia, bianca l’alabarda sul petto che rappresenta il simbolo della città, affrontano l’Atalanta storica compagine bergamasca in quegli anni un po’ male in arnese visti i suoi, anche odierni, passaggi nelle serie superiori.
Allo stadio di “Valmaura” se vogliamo dargli il nome del popolare rione triestino dove è situato, quella domenica, all’epoca tutte le partite di tutti i campionati si giocavano la domenica pomeriggio, ma in quel periodo la “Matrix” del calcio videocodificato non era neanche nella sua fase di sperimentazione, si celebra un insipido 1 a 1. Certo, lo spettacolo non fu dei migliori ma l’esperienza nel suo complesso fu veramente affascinante.

La pubblicità e gli annunci si servizio dello speaker dello stadio con il suo marcato accento triestino, la lettura delle formazioni, ma soprattutto l’entrata delle squadre sul terreno di gioco al ritmo dell’inno della società fu una cosa per me nuova e bellissima.
<>, reclamizzando una nota gioielleria cittadina, oppure, in puro dialetto locale: …, quelli erano gli “sponsor” dell’epoca.
E poi l’inno dell’Unione le cui prime strofe recitavano più o meno così:

- La Triestina è l’amore, l’Alabarda è il nostro simbolo che mai scorderemo, e noi tifosi da sempre fedeli alla squadra saremo la forza per mille vittorie,
E quando faremo gol il Grezar canterà, e un grido tutto in coro da Barcola a San Giusto esploderà……
Unione, Unione, Alè Alè Alè, Unione, Unione Alè Alè Alè….

Quella stagione l’Unione arrivò, credo, al quinto posto con 40 punti in 34 incontri e non salì di categoria, mentre, proprio l’Atalanta vinse il campionato ed assieme al Monza conquistò la promozione in serie B.
L’anno successivo sarebbe stato l’anno della gloria e da quella stagione in poi iniziai ad andare abitualmente al Grezar a vedere l’Unione.
Campionato 82-83, lo stesso anno in cui in serie A, la Roma di Pruzzo, Conti e Falcao, spezzava, per breve tempo, lo strapotere juventino vincendo lo scudetto, l’Unione vinceva il torneo di serie C1 con 47 punti e veniva promossa in seconda divisione.
L’annata fu dominata dall’inizio alla fine con un gioco spumeggiante e redditizio che avrebbe inoltre consacrato il successo di alcuni giocatori che sarebbero diventati la spina dorsale della squadra per gli anni a venire. Nieri tra i pali, il mitico Mascheroni libero, Maurizio Costantini, grande terzino e cavallo pazzo Ascagni detto “Titti” dal suo nome di battesimo, Tiziano, erano le colonne di quella squadra vincente. Ma il giocatore più importante e più rappresentativo di quell’epoca è sicuramente “il bomber”: Francesco “Totò” de Falco. Attaccante rapidissimo e con uno spiccato senso del gol, capace di segnare con ambedue i piedi nonché di testa pur non essendo molto alto, abile nelle rovesciate e nei dribbling, l’anno della promozione stravince la classifica dei cannonieri con 25 reti, per quell’epoca e per Trieste un autentico fenomeno.
La squadra sotto la guida di Adriano Buffoni dopo 18 anni di purgatorio torna nel calcio che conta.
Io seguivo l’Unione in ogni partita casalinga e, a parte la mia “Juve”, iniziai ad appassionarmi alla squadra della mia città sognando di arrivare, un giorno in serie A, e magari lottare per qualcosa di importante con gli squadroni della massima divisione.

Andavo al campo quasi sempre con i due miei migliori amici dell’epoca , Luca era il nome di ambedue, conosciuti sui banchi di scuola e ferventi sostenitori dell’Unione anche se con simpatie per l’Inter uno e per la Roma l’altro e, comunque, dichiarati anti-juventini.
Il settore che occupavamo allo stadio era la curva degli ultras della Triestina, all’epoca più avvinazzati che violenti, a parte che normalmente episodi di violenza a Trieste, se ne verificavano davvero pochi. Trascorrevo, quindi, domeniche bellissime seguendo le vicende sportive della squadra. Udinese, Padova e Vicenza le rivali storiche, Verona e Lazio le società “amiche”. Negli anni successivi a quella fantastica promozione nella squadra vennero progressivamente inserite delle pedine importanti.
Il portiere Bistazzoni, il difensore centrale Cerone, il faro del centrocampo Romano, poi scudettato con il Napoli di Maradona e le punta De Giorgis, degno partner di De Falco in attacco contribuirono a far diventare l’Unione una delle formazioni più competitive della serie B italiana.
E qui arriviamo ad una serie di episodi chiave di quel periodo di sogni ed illusioni.
Campionato 84-85, i posti per andare in serie A sono tre e la Triestina gioca un campionato fantastico fino a 3 giornate dalla fine lottando per la promozione nella massima serie. Che cosa succede in quelle maledette ultime tre partite?
Per capire quello che successe veramente dobbiamo aprire una piccola parentesi.
La Trieste di quel periodo, la contrario forse di quello che avviene adesso, probabilmente perché il mondo è un po’ più piccolo o magari perché io ho fatto un po’ più di chilometri, era caratterizzata dal più completo immobilismo.
Immobilismo politico, economico ed anche sportivo. Ovvero la città appariva sospesa in una condizione di perenne realtà “altra”, completamente dissociata dal contesto nazionale di quel periodo. Tutto veniva bloccato o neutralizzato dai veti politici incrociati che congelavano qualsiasi tipo di iniziativa.
Progetti per lo sviluppo dell’attività portuale, politiche pubbliche dirette all’attrazione di investimenti nel settore industriale, impulso all’ampliamento del polo scientifico, miglioramento delle vie di comunicazione, diversificazione della vita culturale, supporto alle società sportive locali come espressione della città. Tutto passava sotto le forche caudine degli interessi di bottega della classe dirigente locale divisa secondo la classica ed oggi vetusta ripartizione destra e sinistra. Pur di non far fare all’altro qualcosa di buono si preferiva non fare niente. Il tutto condito dalla solita consistente dose di corruzione, ma questo non era un problema solo “giuliano”, erano i famosi anni ’80 e tutto lo stivale era affetto da quella magica febbre dell’oro che pochi anni dopo si sarebbe trasformata in quell’immenso tsunami di merda che avrebbe travolto la classe politica del mio povero paese.

A tre partite dal Paradiso, dopo un campionato memorabile, la Triestina butta nel cesso la promozione in serie A. Mi spiego, con 45 punti all’attivo e dopo un solido pareggio a Catania, l’Unione si appresta a giocare le ultime tre partite della stagione con: il Lecce, diretta concorrente per il gran salto, il Monza che viaggia in un anonimo centro classifica ed il Campobasso che credo fosse ancora più giù. Due dei tre match tra le mura amiche del “Grezar”.
C’è grande aspettativa il giorno dell’incontro con i salentini, lo stadio è pieno in ogni ordine di posti, i miei amici ed io arriviamo molto presto, non ero mai andato così presto al campo per una partita dei “greghi”. Moltissimi anche i supporter pugliesi che hanno affrontato il lunghissimo viaggio, attraversando tutta l’Italia, per arrivare fin qui. La partita è bella, emozionante e anche ben giocata. Andiamo in vantaggio e quando il destino sembra sorriderci il Lecce pareggia su calcio di punizione dal limite deviato da uno della nostra barriera, numero 6 Braghin, l’uomo che sapeva colpire la palla solo con il suo piede sinistro. La gara finisce lì, l’Unione, che appare quasi appagata del risultato si spegne ed il Lecce addormenta ciò che resta da giocare portandosi in Puglia un punto prezioso e decisivo.

A due giornate dalla fine e con avversari modesti da affrontare non tutto sembra perduto, ma proprio nella settimana che precede gli ultimi due appuntamenti di quella convulsa stagione si verifica un fatto strano e singolare. Sia dalle colonne del quotidiano locale, il famoso “Piccolo”, di nome e di fatto, sia dagli articoli dell’allora unico e leggibile settimanale sportivo della città, il mitico “Trieste Sport”, inizia ad emergere la famosa frase “No, i vol ndar su” (trad. non vogliono andare su, ossia non vogliono andare in serie A).

Ma perché la società, l’allenatore, ed i giocatori avrebbero razionalmente scelto di non dare tutto fino in fondo per essere promossi nel calcio che conta ? Visto che è il desiderio di tutte le squadre e di tutti i giocatori? Rischio di un impegno finanziario troppo gravoso per una piccola società, bacino di utenza insufficiente vista l’inesistenza di un territorio provinciale, paura di volare…?
Sono sicuro che alla fine non fu una scelta pianificata a tavolino, fu piuttosto un “divenire” dovuto probabilmente alla mancanza di una precisa presa di posizione della Trieste che contava in quel periodo. L’immobilismo, appunto.
Insomma, tra le cose dette e non dette, insinuate o meno i fatti successivi confermarono questo trend. Infatti, la domenica successiva l’Unione fu co-protagonista di uno squallido pareggio interno con il Monza, dove a mio parere fu evidente che i nostro giocarono con il freno a mano tirato, per poi finire indecentemente la stagione a Campobasso perdendo per uno a zero.
Lecce e Pisa 50, Bari 49, Perugia 48, Unione 47. Quella fu la classifica finale di quel torneo maledetto.
Da lì in poi sarebbe iniziato un periodo amaro, fatto di illeciti sportivi, di punti di penalizzazione di retrocessioni e di tristezze.

Il culmine di quella decadenza sarebbe coinciso con la più cocente delle sconfitte dell’Unione al Grezar con il sottoscritto come spettatore. Triestina – Taranto 4 a 6 e mi sembra che i numeri parlino da soli.

Poi….poi è arrivato lo stadio nuovo, il Rocco, inaugurato male con una sconfitta in casa per due a uno con la Vis Pesaro (?!?!), e dopo alterne vicende l’Unione di Dino Fava e Zanini con Ezio Rossi in panchina hanno disputato nuovamente dei campionati di B di buon livello, ma, almeno per me, emozioni come quelle di quell’annata gettata al vento più o meno coscientemente non ne ho più provate.
Forse perché ero giovane, forse perché dopo me ne sarei andato da Trieste per organizzare la mia vita lontano dalla mia città di origine o, forse, perché quell’impresa incompiuta rappresentava ancora una ferita non rimarginata.
Negli anni a venire nei rari passaggi per Trieste durante qualche fine settimana sono andato al “Rocco” a vedere qualche incontro ma non con il pathos di un tempo.
Anche i due Luca, amici di un tempo, persi di vista.
_ Amici mai più ritrovati, Ciao Giovinezza _ così dice la canzone di un famoso cantautore di modenese origine.
Quello che resta è l’Unione, nel cuore e nella mente solcata dai ricordi e, chissà, se un giorno da uno degli angoli del mondo dove starò, riuscirò a vedere l’alabarda in una delle partite di serie A del campionato italiano che trasmette “ESPN” simbolo della globalizzazione televisiva dell’arte pedatoria.

Forza Unione, Forza Muli, il mio cuore sarà sempre con voi.

miércoles, 9 de abril de 2008

Scrittore, forse

NATALE IN AFRICA di Alexander

Buenos Aires, Novembre 2007


A tutti i Muzungu

Alexander


Premessa

Dopo gli anni dedicati a completare gli studi e quelli in cui ho fatto diverse esperienze lavorative tutte utili ed importanti ho avuto la capacità di crearmi le condizioni che mi hanno permesso di intraprendere una professione che considero una delle migliori possibili. Sono un esperto di cooperazione allo sviluppo, lavoro per una importante ONG italiana, ed ho operato e continuo ad operare in diversi paesi nell’ambito dell’identificazione, sviluppo ed implementazione di progetti ed interventi finalizzati al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni dei paesi in via di sviluppo. Il mio lavoro mi ha portato, in quasi un decennio di onorato servizio, a conoscere più o meno approfonditamente le realtà di diversi paesi sia in Africa che in America Latina. Paesi differenti in periodi differenti, durante archi temporali differenti. Ho avuto la fortuna di trascorrere l’inverno a Caracas come l’autunno a Lima o la primavera a Kigali, di conoscere gli usi ed i costumi dell’America Centrale come della Penisola Balcanica e di vivere direttamente l’esperienza di passare le feste di Natale in un paese dell’Africa sub-sahariana.
Normalmente, per gli “espatriati”, ovvero coloro che trascorrono gran parte della loro vita lontano dal proprio paese, tanto che in taluni casi perdono la propria identità, il periodo legato alla feste natalizie coincide con il rientro a casa per vedere le famiglie, incontrare nuovamente vecchi amici e a volte controllare la percentuale di rimpianto per non aver scelto una vita più “convenzionale” nella propria terra d’origine con un lavoro diverso. Nel mio specifico caso tale percentuale non ha mai superato il 4-5%, ma io, forse, sono un caso senza speranza, visto che per quanto mi riguarda vedere e conoscere il mondo in tutti i suoi aspetti, splendidi o atroci che siano, è una delle poche cosa per cui vale veramente la pena di vivere. Il mio lavoro me lo permette e questo è uno dei motivi, se non il motivo, per il quale me lo sono scelto, e Dio sa quanto mi è costato in termini di fatica e sacrifici.
Secondo questa consuetudine, quindi, i miei programmi per quel Natale 2001/2002 erano più o meno quelli di sempre, da Roma, sede centrale del mio lavoro, mi sarei spostato a Trieste, passando probabilmente in andata o in ritorno dalla Toscana a vedere la parte della mia famiglia di origine etrusca, avrei rivisto un po’ di vecchi amici ed avrei messo su i proverbiali 3-4 chili a causa dell’impegno culinario al quale l’italico Natale sottopone sempre i nostri corpi. Ma siccome nella vita non c’è mai niente di scontato e nel mio lavoro ancora meno, e anche per quello è un mestiere meraviglioso, alla fine di quel piovoso novembre del 2001 si verificò una repentina riorganizzazione della mia agenda natalizia.




A ottobre ero appena rientrato dall’Honduras e mi apprestavo a “spanettonare”, gustandomi il golfo di Trieste in versione invernale quando il mio ufficio mi informò della necessità di svolgere una missione presso la nostra sede in Uganda finalizzata all’avvio di un progetto. La partenza era fissata per la metà del mese di dicembre ed il rientro in Italia non prima di aprile-maggio dell’anno successivo. Non ho esitato molto ad accettare: ero pronto a trascorrere il mio primo Natale così lontano da casa.
Quel 15 dicembre sono partito da Roma con un pizzico di tristezza dopo aver parlato con i miei nei giorni precedenti i quali avevano, sia in Toscana che a Trieste, preparato un programma coi fiocchi per le feste di fine anno. Ma proprio loro, i miei, mi hanno sempre insegnato che il lavoro è lavoro e quando si è chiamati a svolgere un incarico l’impegno va rispettato e basta. E poi, pensavo tra me e me, inizia una nuova avventura!
L’itinerario del volo per raggiungere Kampala, capitale dell’Uganda, prevedeva una prima tratta da Roma a Dubai e da lì a Kampala via Nairobi l’intero viaggio con Emirates.
Come dice bene mia nonna “soldi fa soldi” e “merda fa merda”, i ricchi Emirati hanno una compagnia aerea che offre un servizio più che ottimo e quindi anche se con i noiosi scali il viaggio è stato gradevole e relativamente faticoso. Non solo, ma sostare alcune ore all’aeroporto di Dubai credo sia un’esperienza imperdibile. In questo aeroporto, a parte l’architettura “oltre” caratteristica comune nella capitale degli Emirati Arabi Uniti con abbondanza di: cemento, cristallo, cavi d’acciaio ed ardite forme geometriche autentico paradiso di ogni architetto o progettista, vi è anche il duty-free più ricco e grande del mondo. Anche io che non sono un fanatico degli acquisti e dei souvenir sono rimasto veramente a bocca aperta.
La sezione dedicata alle nuove tecnologie presenta le ultime novità per quanto riguarda computer e telefonia cellulare, quella dedicata all’abbigliamento annovera le firme più importanti del mondo della moda internazionale, c’è perfino uno spazio riservato alle automobili, con dei modelli di fuori serie da mozzare il fiato.
Ma la zona più impressionante è quella dell’oro e delle pietre preziose. Enormi espositori “letteralmente” traboccanti di oro grezzo e lavorato, contenitori pieni di pietre che sembrano come le ceste che uno trova nei vecchi mercati di un tempo pieni di spezie colorate di ogni tipo. Diamanti provenienti dall’Africa, rubini dall’Asia e smeraldi colombiani; una sinfonia di colori consacrata a celebrare l’apologia della ricchezza in senso assoluto.
Stupefatto di tanta, e un po’ esagerata, abbondanza dopo una lunga passeggiata ho preso la coincidenza per Nairobi senza comprare niente, tanto per non smentirmi.
Ancor oggi considero l’aeroporto di Dubai un posto che va assolutamente visitato per toccare con mano, anche se in qualità di mero osservatore, che cosa significa la ricchezza con la “R” maiuscola.
Oltretutto, come un antico mercato dell’Oriente, questo scalo è un crocevia di persone provenienti dai 4 angoli del mondo. Imprenditori occidentali che hanno rapporti d’affari con i ricchi sceicchi petrolieri, marines americani che vanno e vengono dalle zone calde dell’area, pellegrini diretti alla Mecca, operatori della cooperazione allo sviluppo, avventurieri di ogni tipo. Mi sentivo parte della tribù globale.
L’aereo atterrato a Nairobi, dopo diverse ore di volo, caricava passeggeri e carburante e proseguiva per Kampala. Non era la prima volta che andavo in Africa ero già stato in Rwanda ed ero passato, solo per qualche giorno, anche a Kampala raggiungendola via terra dal paese delle mille colline, ma non la conoscevo bene e non c’ero mai arrivato con l’aereo.
La maggior parte del viaggio consiste nel sorvolare il lago Vittoria fino all’atterraggio. Questo lago, viste le dimensioni, ha più i connotati di un mare e la sua vastità affascina, impressiona.
Ore 15 e 45 locali, atterraggio perfetto all’aeroporto di Entebbe, scalo internazionale della capitale dell’Uganda.
Mentre scendo dalla scaletta ricordo che questo aeroporto negli anni ’70 è stato, credo, teatro di uno dei più famosi blitz dei corpi speciali dell’esercito di Israele per la liberazione dei passeggeri di un velivolo dirottato qui da un commando di terroristi. L’azione si svolse con il bene placito dell’allora dittatore ugandese Idi Amin e della Comunità Internazionale. Ero in un luogo che trasudava storia da tutti i pori mi sono detto, probabilmente ero io che trasudavo, visto il caldo, intenso che mi assale appena tocco il suolo ugandese.
Sbrigate le formalità doganali, fatto il visto e ritirato il bagaglio uscivo dall’hall dell’aeroporto accompagnato dal nostro “logista”.
Parentesi, il logista, così tecnicamente definito, era quello che nel terreno si occupava degli acquisti, della manutenzione delle macchine utilizzate nei diversi progetti, dell’espletamento delle formalità burocratiche della risoluzione, in poche parole, di tutte le rogne ed i problemi che può avere una ONG nello svolgimento delle proprie attività, questo quando è in gamba, perché se è un cretino fa più danni che altro. Nel caso dell’Uganda la mia organizzazione era caduta in piedi. Basso, tarchiato, catanese purosangue con più di vent’anni di esperienza africana sulle spalle il nostro uomo a Kampala era uno di quei logisti “svegli”. L’avevo già conosciuto durante una missione in Rwanda, stessa area geografica, e quindi sapevo già come muovermi con lui.
Carattere un po’ irascibile ma grande cuore, malediceva l’Africa ed i suoi abitanti ogni cinque minuti, però era evidente che fosse innamorato del Continente Nero, altrimenti sarebbe tornato nella Trinacria già da tempo. Ancora oggi credo che viva da quelle parti.
Sposato con una donna dolcissima formavano una coppia amata e stimata sia dai locali che dalla Comunità Internazionale residente a Kampala.
Bene, imboccata la strada per la città, l’aeroporto di Entebbe è lontano dalla capitale, iniziavano a susseguirsi le zone periferiche e suburbane classiche di questa parte del mondo.
Poche fognature, poche strade asfaltate, rifiuti di ogni tipo bruciati a cielo aperto senza controllo. Ma dove cazzo andavano a finire tutti gli aiuti internazionali se poi la situazione era ancora quella che si vedeva dai finestrini della macchina che mi stava portando a destinazione. Parallelamente a questa riflessione facevo caso all’infinita variazione di colori della natura di uno dei paesi probabilmente più belli dell’Africa Orientale assieme a: Kenya, Tanzania e Rwanda. Dal giallo al verde brillante, dal rosso della terra al marrone in tutte le possibili scale di gradazione. Non a caso, pensavo, questo paese era considerato un giardino dove i dignitari inglesi trascorrevano periodi di riposo provenienti dalla stressante Nairobi. Infatti, come i vicini Kenya e Tanzania, anche l’Uganda è stata colonia britannica.
Terminata la strada che attraversava questa meravigliosa natura che, in qualche modo mimetizzava il degrado causato dalla povertà degli uomini, entravamo nel caos del traffico della capitale. Essendo stata colonia inglese la guida era a sinistra ma il problema non era tanto quello, se non che ognuno andava dove gli pareva. Camion, auto, moto, biciclette e pedoni percorrevano i loro cammini in forma totalmente autonoma infischiandosene del resto del mondo con il risultato finale di creare un casino incredibile. Il logista smoccolava ed imprecava come se fosse per le strade di Roma ottenendo però ben poco. Chi sembrava assolutamente non curarsi di questa malebolge composta da uomini ed automezzi erano degli esseri viventi divenuti ormai cittadini di diritto della capitale ugandese. Questi esseri sono alti tra il metro e quaranta ed il metro e cinquanta, si nutrono di carogne e rifiuti, non hanno timore né dell’uomo né delle macchine e a prima vista hanno la postura e l’aspetto di questi preti di scarsa importanza e con poco potere magri ed emaciati con malcelate inclinazioni alla pedofilia. Marabù, questi esseri sono gli uccelli chiamati Marabù. Sono loro gli autentici dominatori della città: mangiano, cagano, svolazzano e passeggiano nelle vie del centro in assoluta libertà, a volte purtroppo, attaccano con il loro becco poderoso la gente che vive per strada, in particolare in bambini, e che raspa nell’immondizia per cercare qualcosa da mangiare. (questa è l’Africa amico mio) è una frase che mi è stata ripetuta milioni di volte e che dovrebbe racchiudere tutti i vari aspetti, splendidi ed atroci di questa parte di mondo.
Arrivati nel quartiere di Muyenga, semiresidenziale, che distava 10-15 minuti dal centro, entravamo, accedendovi, da un’entrata con un grosso cancellone di ferro nel “compound”, qui si diceva così, che era composto dalla casa foresteria, dagli uffici dell’organismo per il quale lavoravo e da un ampio giardino. Qui le case di livello medioalto erano tutte così ovvero stabili di un piano, massimo due, circondati da grandi giardini il tutto racchiuso da alte mura perimetrali, la sicurezza da queste parti è fondamentale.
Avevamo anche due “watchmen”, i guardoni come li chiamavo io, ovvero i guardiani, “equipaggiati” con fucili a pompa, uno notturno ed uno diurno. This Is Africa My Friend……..
Mentre mi veniva assegnata una stanza della foresteria dove sistemavo le mie cose affiorava un po’ di stanchezza dopo il lungo viaggio, ma i tempi sono stretti e dopo aver mangiato un boccone iniziamo una riunione di lavoro per fare il punto della situazione. Passando dallo stabile della foresteria a quello degli uffici non poteva non cadermi l’occhio sua una enorme albero di bouganville. La natura africana era di una bellezza commovente e ti faceva sentire piccolo al suo cospetto, non lo so, le dimensioni sono più accentuate, i colori sono più intensi, i profumi e gli odori più penetranti. Questa bouganville riempiva di profumo tutto il nostro ufficio. In fondo al giardino, poi, sull’altro lato c’era un grande albero di mango ed a fianco un roseto che avrebbe commosso mia nonna per una settimana vista la sua maestosità e bellezza.
Kampala 18 dicembre, il lavoro legato alle operazioni di avvio del progetto per il quale ero stato inviato fin qui procedeva senza particolari intoppi e, nei pochi momenti liberi a disposizione, soprattutto nelle ore serali, mi dedicavo alla visita un po’ più approfondita della città ed a qualche cena a base di cucina tipica locale o indiana o cinese.
Il Khana Kazana ed il Fanfan erano quanto di meglio si poteva trovare localmente per quanto riguardava la cucina indiana tandoori e cinese di Canton. Servizio raffinato, vasta possibilità di scelta e “location” indovinata rendevano questi due locali dei punti di riferimento imprescindibili nel panorama culinario di Kampala.
A parte però cercare di conoscere meglio il posto dove avrei trascorso diversi mesi della mia vita ed allietarmi con cibi esotici, nelle mie passeggiate, per lo più solitarie, nel fioritissimo quartiere di Nakasero cercavo insistentemente qualche segno delle imminenti festività natalizie. Beh, francamente, se tralasciamo qualche improbabile addobbo stile Nord Europa, completamente fuori luogo a queste altitudini, che tentava inutilmente di abbellire l’ingresso del Kampala Casinò e dell’Hotel Sheraton, di segni premonitori del Natale non c’era traccia. Forse, la vetrina di qualche negozio del centro con degli annunci tipo “Special offer for Xmas time”, o qualche alberello di fabbricazione cinese in vendita sulle bancarelle della Bombo Road, una delle principali vie del centro cittadino, ma niente di più. Preso dai primi sintomi di depressione iniziavano a farsi strada nella mia mente due domande, definiamole “retoriche”. La prima, classica, “ma che cazzo sono venuto a fare a Kampala per Natale”, la seconda, più urgente dal punto di vista pratico: “ che mi invento per Natale per non trascorrerlo riflettendo inutilmente sul primo quesito ???
Le risposte, per fortuna, le avrei trovate nei giorni successivi. In merito al primo quesito il volume di lavoro che stavo svolgendo, con buona soddisfazione mia e dei miei capi a Roma, dava senso a quella mia trasferta africana. Per quanto concerne il tema feste di Natale, ancora una volta, il “logista” e la sua gentile moglie mi avrebbero dato la soluzione.
24 di dicembre, vigilia di Natale, invitato dalla famosa coppia logista e dolce moglie, assieme ad altri due ragazzi che lavoravano per un’altra ONG italiana ed una coppia di ugandesi, andavo verso Mugnogno, località situata sulle rive del Lago Vittoria. L’idea era partire al mattino rimanere sul lago l’intera giornata, cenare e festeggiare la vigilia per poi rientrare il giorno di Natale in capitale.
Io, al fine di non restare come l’unico cretino, figurativamente, non accoppiato o per meglio dire “scoppiato” avevo invitato un’amica mia ruandese residente a Kampala conosciuta pochi giorni prima. Sottolineo, amica, perché spesso l’amicizia straniero – ragazza locale non era sempre dominato da sentimenti sinceri, tutt’altro.
Gloria, sopravvissuta al mattatoio del ’94 nel suo paese e scappata in Uganda, aveva diversi “amici” stranieri, con me beveva qualche birra e chiacchierava, niente più, tenuto anche conto della mia relativa disponibilità economica e del mio totale disinteresse per qualcosa di diverso. Lo sò che i “leggenti” difficilmente mi crederanno ma era proprio così e basta.
Mugnogno è una ridente località che uno scaltro imprenditore indiano ha fatto diventare la perla ugandese sul lago Vittoria.
Piccola parentesi, durante il regime di Amin la comunità indiana da anni residente nel paese, così come in tutto il resto dell’East Africa, fu costretta a lasciare l’Uganda e rifugiarsi nei paesi limitrofi on in Inghilterra. Questo contribuì al definitivo collasso economico della nazione visto che l’apparato industriale e commerciale era in gran parte organizzato e sostenuto da questa comunità.
I regimi successivi, fino all’odierna presidenza di Museveni, hanno invece favorito il rientro di questa comunità nel paese ed oggi, si può ragionevolmente affermare che in quell’area geografica, comparandola con i propri vicini di casa, l’Uganda è quella messa meglio. Uno degli esponenti più influenti di questa ricca comunità è colui che si è “inventato” Mugnogno. Vaste aree lottizzate e trasformate in zone residenziali con prezzi quasi “europei”, bar, ristoranti, piscine, servizio di motoscafi per escursioni sul lago, ripavimentazione della strada che collega Kampala alla località, insomma un villaggio di poveri pescatori, mandati a pascere in altri luoghi con il supporto del governo, per fare spazio ai ricchi indiani ed agli stranieri che vogliono sollazzarsi e riposarsi sulle sponde del lago più grande del continente africano.
Dopo essere arrivati in tarda mattinata, le donne ci mettono sempre una vita a prepararsi, ma che noia un mondo senza di loro, ci sistemavamo negli alloggi del resort più vicino a una delle piscine lungolago.
Faceva caldo, un caldo umido, molte zanzare vicino al lago…., vai di repellente qui la malaria picchia duro.
Le stanze erano carine con vista sul lago immerse in una rigogliosa vegetazione tropicale, l’Africa è veramente particolare nella sua primordialità. Mentre mi cambiavo per andare velocemente verso la piscina lì vicino, riflettevo un po’ maliziosamente: mentre in Italia la gente stava impazzendo nel fare gli ultimi acquisti lottando con il proprio budget, tanto da noi le feste ormai sono ridotte ad una mera corsa all’acquisto cosa che ci tortura ma di cui non possiamo fare a meno, io mi apprestavo a rilassarmi in una gradevole piscina al costo di 5000 lire del vecchio conio. Era la ulteriore conferma che aver scelto anni prima di intraprendere questa professione, contro il parere di quasi tutte le menti benpensanti a me vicine, come sempre, si era rivelata una scelta assolutamente azzeccata.
Dei miei compagni d’avventura non c’era traccia, non importava, mi sistemavo in un lettino a bordo vasca e mi fermavo un istante a vedere una cosa sorprendente, sul lato opposto a dove mi stavo accomodando vi era un vero e proprio bar i cui punti di sostegno e appoggio erano immersi nell’acqua della piscina ed uno poteva sedersi sugli sgabelli del bancone con un terzo del proprio corpo immerso.
Beh una meraviglia, tuffo alla Greg Louganis, bracciata alla Ian Thorpe e comodo arrivo sulla sponda “ludica” della piscina di Mugnogno. Sono le dodici e trenta, aperitivo, gin tonic. Le leggende coloniali di un inglese che avevo conosciuto in un locale di Kampala, raccontavano che la miscela di alcol, ovvero gin, e acqua tonica, ad alto contenuto di chinino, contribuivano, in certa misura a ridurre o controllare gli effetti della malaria. Detto da un inglese mi suona sospetto però un fondo di verità pareva trapelare dalla sue parole e dai i suoi profondi occhi azzurri immersi in un viso solcato dalle profonde rughe di un vita da tempo lontana ormai dalle brume londinesi o dalla piovosa Cornovaglia. Per Al ormai erano più gli anni trascorsi in Africa che quelli nella sua terra natia.
Rispettando quindi le sue parole bevevo il mio gin tonic rinfrescato dall’acqua e aspettando con tranquillità il resto dell’equipaggio.
Arrivavano a scaglioni, prima il logista e la dolce moglie, i due ugandesi, poi l’altra coppia di italiani ed infine la mia amica spilungona nativa di Gitarama, cittadina al centro del Rwanda.
Avevamo deciso di pranzare nei pressi della piscina mangiando degli
spiedini di carne e patate fritte che cucinavano lì per lì due colleghi dei due che lavoravano al bar.
Nel tardo pomeriggio il logista veniva contattato da un suo amico indiano che ci invitava a fare una gita sul lago sul suo motoscafo.
Mentre Gloria rimaneva ai bordi della piscina, aveva una paura fottuta dell’acqua, e le coppiette italo-ugandesi se ne andavano a tubare per conto loro, il logista con dolce moglie al seguito ed io accettavamo l’invito. Era quasi l’imbrunire, ormai, non potevo perdermi un tramonto africano sul lago Vittoria, per niente al mondo. Usciti dal piccolo porticciolo, che si stava rapidamente trasformando in un parcheggio per barche da diporto, si apriva davanti ai miei occhi la maestosità del lago in tutto il suo splendore “magno”.
Gli aironi nel cielo, i fenicotteri sulle riva non abitata e delle piccole isole davanti a me mi collocavano quasi al centro di un dipinto ad olio che ritraeva un paesaggio esotico simile alle illustrazioni di libri come Lord Jim o del mio amato Salgari che avevano scaldato tante gelide serate nella mia ventosa e meravigliosa Trieste.
Quando leggevo quelle pagine la mia mente sognava un giorno di poter avere la possibilità di vedere anche solo uno di quei posti raccontati così bene.
Stavolta nel sogno c’ero io. Ero entusiasta come un bambino tanto che il resto dell’occasionale equipaggio mi lanciava ogni tanto qualche occhiata perplessa, bella forza loro o c’erano nati o vivevano da tanti anni laggiù, io dopo quella missione non ci sarei più tornato.
Dopo aver girato intorno alle piccole isole e aver visto un drappello di impala abbeverarsi sull’altro versante e schizzare via a tutta velocità a causa del frastuono del motore fuoribordo facevamo rientro al porto in tempo per poterci godere il tramonto.
Una palla solare gigantesca di un colore rosso inferno si adagiava dolcemente sulle acque lacustri modificandole cromaticamente dal consuetudinario marrone a gradazioni di blu, azzurro e verde.
Non c’era bisogno di parole.
Vedendo il mio commosso stupore misto alla più profonda espressione di rispetto che solo la natura merita, l’essere umano tenendo conto di tutto quello che combina non ne merita neanche la ventesima parte, uno degli indiani che ci ospitavano, quello che pilotava, diceva la solita frase che raggruppava tutti gli aggettivi che potevi dare a questi luoghi di incommensurabile bellezza.
This Is Africa My Friend.
Vigilia di Natale

Epilogo

E’ buio ormai sul magico Lake Victoria, e le uniche luci sono quelle del piccolo ristorante dove io ed i miei compagni d’avventura stavamo bevendo qualche birra. Miss Rwanda, come la chiamavo io, ovvero Gloria, s’è data, chissà forse doveva prepararsi per la notte kampalina che era per lei forse più redditizia che stare con uno squattrinato come me. A volte, penso, che la presenza di occidentali in questi luoghi, sia di quelli che fanno il mio mestiere, sia di quelli che fanno “altre cose”, con tutto il bagaglio di implicazioni economiche, logistiche, di comportamenti differenti e di tradizioni aliene, alla fine, faccia più male che bene.
Ma che cosa stavamo per mangiare in quella splendida vigilia di Natale in terra d’Africa. Beh nel rispetto delle migliori tradizioni “italiote”, pesce, in Italia, per la vigilia non si mangia carne. Infatti, stavano per portarci la tilapia, pesce d’acqua dolce caratteristico di queste zone, con patate, matoke, grosse banane fritte, e manioca, quella che si chiama yucca in America Latina. Ma la cosa più interessante e, per certi versi inquietante, era il modo di cucinare questa pietanza.
Ovvero dentro enormi fusti di olio motore vuoti e ripuliti, si suppone e si spera, mettevano grandi quantità di olio si semi. Una volta ben caldo immergevano la tilapia per pochi minuti, e dopodichè la estraevano dall’olio bollente cotta e croccante al punto giusto servendola con contorni di cui parlavo prima.
Tavoli e panche di legno, pesce fritto con le mani e birra, il tutto in riva al lago più grande e maestoso del Continente Nero, non potevo chiedere di più al mio 24 di dicembre di quel 2001.
Mi avvicinavo al lungo lago, appartandomi per qualche minuto, dopo aver mangiato, dalle persone che mi avevano accompagnato in quella giornata così particolare, guardavo la luna che trasformava le acque lacustri in grandi plisset d’argento e pensavo a Trieste, ai miei ed agli amici di sempre, vedevo i loro visi e mi sembrava di sentire le loro voci, il tutto però non aveva risvolti tristi o di nostalgia era come se fossero felici sapendo che lì ero felice perché era quello che avevo sempre voluto fare: vedere più mondo possibile.
Mentre auguravo mentalmente alla mia gente il migliore dei Natali la voce stentorea del siciliano dal grande cuore pronunciava quanto segue: “ IAMUNINNI NODDICO, che a Kampala dobbiamo tornare (andiamo nordico, che dobbiamo tornare a Kampala).
Arrivati in capitale, a notte inoltrata e bevuto il bicchiere della staffa tutti a nanna: domani era il giorno di Natale.
25 dicembre 2001, Natale, se la vigilia era stata il giorno di Vittoria, del lago Vittoria, questo sarebbe stato il giorno di Rosa, la dolce moglie del logista.
Infatti mentre sguinzagliava me e suo marito per tutta Kampala in cerca dei giusti ingredienti lei si apprestava ad avviare le operazioni del Programma: “ Pranzo di Natale Italiano nella terra degli Acholi (etnia tribale più grande e potente in Uganda)”.
Antipasto, tortellini in brodo, lesso con patate, insomma il classico pranzo di Natale consumato in media da Trento a Capo Passero, ovviamente con le diverse sfumature regionali del caso.
Al pranzo eravamo noi tre più un signore dell’ambasciata italiana che si occupava anche lui di cooperazione allo sviluppo.
Era un tipo, diciamo così voluminoso, vista la stazza ma molto gentile e competente, ora credo che stia da qualche parte in Asia.
Mentre pranzavamo analizzavamo la capacità tutta “italica” di mantenere le proprie tradizioni soprattutto a tavola che è uno dei punti di forza della nostra cultura.
Dopo il pranzo natalizio, degnamente concluso con: Panettone, strufoli, pastiera e limoncello, ultimi tre fatti in casa da super Rosa, a pomeriggio inoltrato dopo un’oretta di siesta ero già nuovamente in movimento per la mia consueta passeggiata solitaria nel rione di Nakasero. Fin dal mio primo viaggio in Africa, Rwanda per la precisione, nel gennaio del 2001, avevo imparato subito tre-quattro vocaboli in swahili che è l’idioma, anche se con differenti sfumature dialettali e linguistiche, più parlato nell’area dell’est africa.
Di questi pochi vocaboli quello che avevo assimilato con più rapidità non era, come spesso accade quando si inizia a masticare una lingua nuova, una parolaccia, ma il sostantivo che avevo imparato per primo era “muzungu”. La conoscenza di questo termine era dovuta semplicemente al fatto che me lo sentivo ripetere perlomeno 15-20 volte al giorno, come minimo. Per strada, al supermercato, nei bar o nei ristoranti perché il suo significato era “uomo bianco”. Ecco perché anche nel corso di quella distesa passeggiata natalizia non mi sorprendevo se qualcuno da una moto o da una bici o dall’altro lato della strada molto “colloquial” mi augurava “Merry Christmas muzungu”, gli ugandesi, in generale sono persone buone, nonostante tutto quello che hanno passato nel corso della loro storia.
Ma quello che mi è rimasto per sempre nella mente e nel cuore di quel giorno di Natale è stato un augurio, molto particolare, che esprime in quattro parole tutto quello che forse, per gli africani, noi “muzungu” abbiamo sempre fatto o non fatto, imposto o non rispettato e che continueremo a fare o non fare, imporre e non rispettare da queste parti.

“MERRY CHRISTMAS WHITE MONKEY” –
“BUON NATALE SCIMMIA BIANCA”

Mi aveva detto un ragazzo ad un incrocio con l’aria un po’ minacciosa “Buon Natale a te” ho risposto io continuando il mio cammino che prosegue ancora oggi in questo mondo sorprendente e spesso crudele, vivendo nell’illusione di essere, forse, un muzungu un po’ meno bastardo di tanti altri che sono passati per l’Africa.